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    June 22

    Interferenze (pt. III)

     Interferenze (pt. III)


    Alle tredici in punto, una station wagon nera, guidata da un uomo con barba e capelli bianchi, fece il suo ingresso da dietro la curva. L’uomo guardandosi con circospezione attorno, rallentò, e poi con un’accelerazione svoltò rapidamente nella stradina che conduceva alla casa-fantasma.

    << Ci siamo >> sussurrò Max, sporgendosi in avanti.

    L’uomo spense la macchina di fronte all’abitazione, ma non uscì dall’abitacolo. Era evidente che stesse aspettando qualcuno. Anche se non ne avevano la certezza, tutti nella macchina di Julienne erano dell’opinione di avere davanti agli occhi il criminale.

    Dopo cinque minuti, un’altra macchina, questa volta un’utilitaria rossa, sbucò da dietro la curva. Guidata da un uomo calvo, tirò rapidamente dritto fino al vialetto della collina.

    L’uomo posteggiò dietro l’auto nera, e per qualche istante non successe nulla. Poi, l’uomo dai capelli e la barba bianca scese dall’auto, volgendosi all’indietro, aspettando che l’altro si decidesse ad uscire. Quest’ultimo fu molto più esitante, e ci volle più del prevedibile per vederlo in piedi, stagliato di fronte alla figura bassa dell’uomo dai capelli bianchi. Rimasero così, uno di fronte all’altro, probabilmente discutendo. Poi il possessore della station wagon si avvicinò all’altro e gli diede una spinta più energica di quanto ci si potesse immaginare da un uomo già in là con l’età.

    << Io vado >> disse Max, con la mano sulla portiera e gli occhi fissi sulla scena.

    << Fermo lì, tu! Non vi azzardate a muovervi di qui. Chiamate la polizia intanto >>. Julienne fu più rapida delle proteste di Isabelle e Max, e in un baleno fu fuori dalla macchina, diretta a passi svelti verso la cima della collina.

    Non appena il tipo con i capelli bianchi la vide, si voltò verso di lei, e l’altro fece lo stesso. Cercò di mantenere la calma, ma era evidente che non si sarebbe mai aspettato di vedere un’altra persona salire da quella stradina dissestata: la gamba tremante ne era una prova.

    << Si fermi! >> strillò Julienne con cattiveria, apparendo insensata visto che né uno né l’altro avevano mosso un muscolo.

    << Se ne vada >> le intimò il tizio dai capelli bianchi.

    << So perfettamente quale sono le sue intenzioni >>.

    << Chi è lei? >> chiese rabbiosamente.

    << Una che sa tutto del suo piano, e che sa anche che si serve di una qualche nuova tecnologia che non funziona, e che lascia dietro di sé una vistosa scia di emicranie >>.

    L’uomo strabuzzò gli occhi, pietrificandosi sul posto. Poi tornò in sé. << Se lei sa del mio piano, sa anche che di qui non ne uscirà viva? >> le chiese, spavaldo.

    Julienne lottò con tutta sé stessa per non perdere il contatto visivo. Sapeva che se avesse dato cenni di debolezza sarebbe stata persa. << Vedremo…>> sussurrò.

     

    << No, io adesso vado! >> borbottò Max, preparandosi nuovamente a scendere, dopo aver osservato per diversi minuti la statica scena di due uomini ed una donna, intenti a discutere di cose a lui non accessibili, con il rischio che ben due di loro sarebbero potuti essere uccisi da un momento all’altro.

    << Così di morti ne scapperanno tre. Stai fermo qui. Abbiamo già chiamato la polizia; dobbiamo solo aspettare >> lo ammonì Isabelle.

    << Ma tu non ti rendi conto! L’hai detto tu stessa: agirà al passare del treno. Manca poco ormai! >>.

    << Non possiamo fare nulla, Max. Julienne è stata fin troppo imprudente a scendere; di teste calde ne basta una sola >>.

     

    << Mi dica: di cosa si tratta? Lo sa che i suoi messaggi sono stati intercettati nel sonno da due persone? Mi sa tanto che il suo congegno ha qualche falla >>.

    Julienne stava facendo di tutto per temporeggiare, tenendo testa all’uomo, cercando possibilmente di sottometterlo. Sapeva che lui avrebbe dovuto agire di lì a pochi minuti, ma sapeva anche che Tobey stava arrivando, e che sicuramente Isabelle e Max avevano già chiamato la polizia.

    << Non è possibile. Non le credo. Ho lavorato un anno a questo progetto >>.

    << E invece mi deve credere: secondo lei come faccio io ad essere qui, sapendo che lei vuole uccidere quest’uomo, e che lei – o qualcuno di sua conoscenza – ha fatto fuori altre quattro persone, recentemente? >>.

    L’uomo tirò fuori di scatto una pistola dalla tasca.

    << La smetta! Non le credo. Lei è della polizia, non è vero? E’ una sporca spia! >> disse, brandendo l’arma in fronte alla donna, che lottava per non perdere la calma e non far trasparire la propria paura.

     

    << Una macchina!!! >>  esclamò Max, indicando un auto grigia che sbandò violentemente uscendo dalla curva. Era seguita da due macchine della polizia a sirene spente,  che rischiarono seriamente di andare ad urtare le macchine parcheggiate.

    La prima macchina della staffetta, quella di Tobey, si fermò ai piedi della collina, mentre le auto delle forze dell’ordine salirono a tutta velocità la stradina, cogliendo alla sprovvista l’uomo ormai furioso, che rimase pietrificato.

    Tobey salì a piedi, di corsa, e Max ed Isabelle, istintivamente, lo seguirono, forti del fatto che ormai con la polizia erano pressoché al sicuro. Mentre correvano tutti a perdifiato su per il dorso della collina, iniziarono a temere il peggio, avendo sentito uno sparo. I loro dubbi vennero dissipati solamente quando raggiunsero la cima, realizzando che a sparare era stato un poliziotto, il quale aveva mirato ad una gamba dell’uomo dai capelli bianchi – ora riverso a terra – probabilmente impedendogli così, all’ultimo istante, di servirsi dell’arma. Agirono appena in tempo, perché un istante dopo il treno sfrecciò rumorosamente a tutta velocità a qualche metro da loro; se la polizia non fosse intervenuta, l’uomo avrebbe certamente colpito, senza farsi troppi scrupoli circa la presenza di un’estranea.

    Julienne era rimasta in disparte, pietrificata sul posto da lei occupato, con gli occhi fissi sull’uomo sofferente, ormai disarmato. Un poliziotto chiamò immediatamente un’ambulanza, mentre gli altri si accingevano a perquisire l’auto dell’uomo. Tobey si avvicinò agli agenti, e finalmente ebbe la possibilità di visionare con i propri occhi la fonte da cui era scaturita l’onda intercettata da Isabelle e Max: un enorme cervellone elettronico era sistemato nel bagagliaio dell’auto, collegato sommariamente ad un telefono posizionato al posto della radio. Quando un agente lo attivò, immediatamente tutti accusarono un forte mal di testa che li costrinse a spegnere rapidamente il congegno. Tobey avrebbe dato un occhio per poterne studiare le componenti e il funzionamento, ma purtroppo si sarebbe dovuto limitare ad attendere un resoconto sommario redatto da qualche giornalista poco addentrato nella questione.

    Max ed Isabelle si avvicinarono lentamente alla dottoressa, accertandosi che stesse bene. Lei scosse il capo affermativamente, e senza aggiungere altro raggiunse l’uomo.

    << Perché? >> chiese semplicemente, accovacciandosi accanto a lui, ritrovando il tono affabile di sempre, quasi come se non avesse avuto puntata addosso, fino a qualche minuto prima, un’arma.

    L’uomo strinse i denti per il dolore; poi, ansimando, rispose: << Vendetta. Ho perso tutto; questo era tutto quello che mi teneva ancora in vita: la vendetta >>.

    Non fu in grado di approfondire la questione con l’uomo, a causa dell’arrivo dei mezzi di soccorso. Scoprì solo in seguito, attraverso i giornali, le confessioni del criminale. Fin da subito, però, non le fu difficile comprendere la posizione dell’uomo, lasciata intendere con quella semplice frase. La vita di ogni essere vivente si compone di tanti piccoli obiettivi da raggiungere, che ci portano a vivere proiettati nel futuro, ove siamo soliti collocare la felicità. Sono questi obiettivi futuri a tenerci in vita, e quando per qualche motivo essi vengono a mancare, è una reazione normale costruirsene di nuovi, alle volte però radicalmente sbagliati, proprio come era successo all’uomo dai capelli bianchi. E come l’ “onda” aveva fatto interferenza con i sogni di Isabelle e Max, questi desideri deviati, queste bramosie anomale, finiscono per interferire con la naturale indole umana, per la quale un omicidio è un gesto inconcepibile.

     

     

     

    Max per mesi rimase al centro dell’attenzione all’interno della sua cerchia d’amici. Quell’esperienza lo aveva segnato. Aveva sempre vissuto alla giornata, badando unicamente a sé stesso, senza curarsi di quello che sarebbe potuto derivare dalle proprie azioni. Assistere solo mentalmente a degli omicidi lo aveva profondamente scosso. Non conosceva quegli uomini, ma la cosa che più lo sconvolse fu come, all’improvviso queste vite si spensero, cessando di avere un futuro. A lui questa possibilità – la possibilità di avere e di vivere un futuro – era stata concessa, ma mai l’aveva presa in seria considerazione, dandola sempre per scontata.

    Rientrato a casa, quel giorno, si ripromise di cambiare; di iniziare a lavorare su sé stesso, anche con l’aiuto della dottoressa Julienne, al fine di uscire dal pantano della mediocrità in cui aveva sempre vissuto, per cercare di costruire qualcosa di importante, ponendosi obiettivi a lungo termine più consistenti e significativi di quanto aveva fino ad allora fatto.

     

    ~

     

    Isabelle realizzò solo con il tempo la profondità dell’esperienza vissuta. Per un breve periodo della sua vita, da quando aveva incominciato a lavorare, era riuscita per una volta a togliere dal centro dei propri pensieri sé stessa, lasciando libero accesso ad eventi esterni, che non la coinvolgevano direttamente. Si era interessata di persone che non conosceva, prendendone a cuore gli assassinati, collaborando a trovare un senso alle loro morti, aiutando la dottoressa Julienne nella sua caccia al killer. Fondamentalmente, più che capire come mai avesse avuto quelle visioni delle scene del crimine, aveva desiderato fin dal primo momento capire chi fosse il responsabile di tutto ciò. Uno slancio di altruismo gratuito di cui non credeva di essere capace.

    Per questo motivo, anche su consiglio della dottoressa, prese delle decisioni che cambiarono definitivamente la sua vita. Decise di accantonare per un periodo il suo lavoro in un prestigioso studio dentistico, per mettere le sue conoscenze a servizio di associazioni che aiutavano persone malate con scarse disponibilità economiche. Secondo la dottoressa Julienne, questo le avrebbe permesso di ritrovare un equilibrio nella propria vita tra attenzioni da dedicare a sé stessa, e quelle da rivolgere al prossimo – anche nel caso in cui si trattasse di un totale estraneo.

     

    Julienne venne ricompensata per il suo stacanovismo e per la sua caparbietà. Si scoprì successivamente che l’uomo era responsabile di altri reati, al quale aveva collaborato un cugino con il quale si metteva in contatto tramite l’apparecchio ancora sottoposto agli studi dei tecnici. Si scoprì che egli aveva, nel giro di poco tempo, perso la moglie, i figli e il lavoro, e che, in uno slancio di eccessivo giustizialismo, aveva deciso di vendicarsi nei confronti di quelle persone che riteneva responsabili della sua disfatta, come datori di lavoro, medici, amici di famiglia.

    Julienne non ebbe più la possibilità di vedere l’uomo, anche se le sarebbe piaciuto molto approfondire la sua storia personale, per arrivare alle cause dei suoi squilibri. Ella, tuttavia, non riteneva di aver compiuto nulla di così straordinario, che le valesse celebrazioni persistenti sui giornali. Per la verità, era totalmente disinteressata alle parole spese sul suo conto, ma acquistava comunque i quotidiani solo per accontentare Tobey, incredibilmente euforico per la sua acquisita popolarità, e per il fatto di essere improvvisamente l’amico di una celebrità. La vita di Julienne però, non risentì affatto dell’intera faccenda: continuò a dedicarsi anima e corpo al suo lavoro, suscitando il malcontento della sua segretaria. Le visite fuori orario continuarono ad essere la norma, così come il lavoro extra svolto a casa, su determinati casi più interessanti. A parte qualche paziente che si voleva congratulare alle volte fin troppo sentitamente con lei, nulla mutò all’interno della sua sfera quotidiana. Non riusciva proprio a comprendere il motivo di tanta euforia da parte di Tobey e l’opinione pubblica: non aveva fatto altro che seguire il suo istinto di curiosa, come aveva sempre fatto sin da bambina. Era uno spirito il suo, che la contraddistingueva da molti dei suoi freddi e distaccati colleghi; la sua curiosità, la portava ad affezionarsi ai propri pazienti e ai loro disturbi, spingendola sempre a dare il massimo in ogni circostanza. Così era stato anche con Max ed Isabelle. Se avesse lasciato tutto cadere nel nulla non avrebbe danneggiato solo sé stessa – come accade di consueto alle persone che non inseguono ciò che li anima -, bensì anche altre persone. Cosa c’era di strano in tutto questo? In fondo, la differenza tra una persona reputata brillante, e tutto il resto dell’umanità, non sta in qualche dote non comune innata o acquisita, bensì nella consapevolezza delle proprie lacune, e nella brama di cercare di colmarne il più possibile proprio attraverso un sentimento che molti tendono a reprimere: la curiosità.




    Prendetevela con lo Space che non me l'ha fatto pubblicare tutto in una volta

    Interferenze ( pt. II )

    Interferenze ( pt. II )


    Per circa una settimana, né Max né Isabelle riuscirono a dormire bene. Mettendosi a letto con la preoccupazione di poter sognare qualche episodio sconvolgente in atto durante il loro riposo, i loro sonni erano sempre turbati e frammentati; entrambi si svegliavano più volte nel corso della notte. Tuttavia, né uno né l’altra assistettero ad altre manifestazioni analoghe a quelle che li avevano condotti con urgenza dalla dottoressa Julienne. Ella, nel frattempo, aveva consultato alcuni amici e colleghi, ottenendo in risposta solo scrollate di spalle o sorrisini ironici. Continuò dunque a lavorare su questi due episodi da sola, consultando ogni testo o articolo scientifico che contemplasse qualcosa di analogo.

    Dopo una settimana, credeva ormai che i due ragazzi non avrebbero più avuto questo tipo di esperienze, che sarebbero dunque entrate necessariamente in quel grande calderone del paranormale, dove alle volte finiscono episodi spiegati poi razionalmente e scientificamente solo dopo anni o secoli.

    Non avendo trovato nulla di interessante, nessuna pista da seguire, Julienne stava già progettando di archiviare gli episodi, quando, finalmente, ricevette una chiamata da parte dei ragazzi, casualmente, lo stesso giorno.

    Tutti e due avevano parlato rispettivamente di due omicidi diversi, consumatesi a breve distanza dalle rispettive abitazioni. Stesso copione, per qualcosa che minava realmente la salute mentale dei due, senza una speranza prossima di raggiungere una spiegazione. Julienne iniziò ad allargare il campo d’indagine ad ambiti che i suoi principi le avevano sempre precluso. Iniziò a rivolgersi ad amiche che si interessavano di episodi “paranormali”, ma non ottenne alcuna risposta sulla quale basare le proprie indagini.

    L’illuminazione arrivò tre sere dopo la telefonata, quando Julienne, uscita con un paio di amici per recarsi al cinema, aveva scelto di continuare le proprie indagini anche in sala, con l’ausilio di una piccola torcia elettrica. Mentre tutti erano presi dallo schermo, lei saltava da un foglio all’altro, da un testo ad un altro, suscitando la curiosità dei due amici. Alla fine, sinceramente perplesso, uno di loro, Tobey, decise di chiedere a Julienne cosa diavolo stesse facendo.

    << Lavoro. Ho un caso fuori dal comune tra le mani, che devo risolvere in primis per i miei pazienti, e poi perché potrebbe realmente dare una svolta alla mia carriera…Il punto è che non so dove mettere le mani >> spiegò a bassa voce Julienne, senza staccare gli occhi da un foglio di appunti che aveva in mano. Gli spettatori seduti nella fila precedente, iniziavano ad essere indispettiti dal baccano che Julienne stava producendo con le proprie carte; figurarsi poi come avrebbero preso una discussione fuori programma tra lei e Tobey.

    << Ma possibile che pensi sempre e solo al lavoro? Sei qui con noi ora: pensa a questo, pensa a divertirti! >> la rimproverò Tobey, strappandole di mano i fogli. Casualmente, vi gettò un occhio, cogliendo di sfuggita le parole “sogno”, “omicidio”, “coincidenze”. Fu inevitabile incuriosirsi, e quindi anche lui uscì dalla dimensione fantastica in cui sono soliti trascinarti i film, per essere scaraventato in un'altra dimensione fantastica, talvolta più ammaliante e convincente di una pellicola cinematografica: quella dei sogni.

    Tobey iniziò a leggere con attenzione il testo, suscitando l’insofferenza di Julienne che rivoleva immediatamente indietro il foglio.

    << Per me è per qualcosa legato alle loro case. Voglio dire…se avessero dei super-poteri o qualcosa di simile, saremmo a cavallo: riuscirebbero a “visualizzare” in tempo reale qualsiasi crimine commesso al mondo. Invece loro riescono nell’impresa solo quando l’omicidio avviene nei pressi delle loro case. E si sono accorti di questa loro capacità, solo per un aumento della criminalità nelle rispettive zone di appartenenza. Per me è evidente che c’è qualche nesso che ignori molto importante con le case, o con il quartiere…non ne ho idea >> osservò con tranquillità Tobey, come se fosse la cosa più ovvia del mondo affermare che la casa ha una specie di aura paranormale che permette agli abitanti di trovarsi mentalmente in altri luoghi, semplicemente addormentandosi.

    << Silenzio!!! Ma insomma!!! >> sbottò qualcuno da dietro.

    Julienne lanciò una semplice occhiata infastidita allo spettatore contrariato e, per poi riprendere a conversare con Tobey: << Ma tu di cosa pensi si tratti? Insomma, parliamoci chiaro: non è nulla di parascientifico o cose simili >>.

    << Non ne ho la minima idea! Come faccio a saperlo? Per averne certezza, dovresti far dormire lì un’altra persona mentre contemporaneamente qualcuno viene ammazzato nelle vicinanze. Temo sia un esperimento un po’ improbabile da realizzare! >>.

    << Oppure potrei studiare l’attività mentale di Isabelle e Max durante il sonno…>> si auto-suggerì Julienne, distogliendo lo sguardo, iniziando a fissare la poltroncina posta davanti a lei.

    << Rimane il problema dell’omicidio: suppongo che normalmente il sonno di questi due ragazzi sia quello di qualsiasi altra persona…non credo ci capiresti molto. E le possibilità che questi episodi si ripetano quante sono? Per quanto sia…non credo che ci continueranno ad essere omicidi nelle vicinanze delle loro case. Sarebbe peggio del Bronx altrimenti! >>.

    << Se Maometto non va alla montagna…la montagna va da Maometto: potremmo fare in modo di provocare un omicidio! >> si illuminò Julienne.

    << Ma che dici?!?!? Sei impazzita per caso? >> sussultò Tobey.

    << MA LA VOLETE SMETTERE O NO? >> urlò qualcun altro in sala.

    << Usciamo di qui per favore >> suggerì Julienne.

    << Intendo dire – continuò una volta fuori – che potremmo fare in modo di avere comunque sia un cadavere, benché di un animale. Per vedere come reagiscono! >>.

    Tobey era imperturbabile. << Secondo te, questi due poveri cristi dovrebbero essere turbati da ogni topo o moscerino ammazzato nella zona durante il loro sonno? Ma dai! >>. Julienne si imbronciò, conscia di aver sostenuto un’ipotesi ridicola.

    << E’ evidente – proseguì il ragazzo – che il nocciolo della questione non è la morte in sé. Rifletti: possibile che nessuno sia morto di morte naturale nelle vicinanze da quando quei due abitano nei rispettivi appartamenti? Il punto sta proprio in quegli omicidi. Il legame che si crea tra loro due e l’evento, dipende indubbiamente dall’assassino. Non ne ho idea del motivo, e non so perché la stessa cosa non avvenga con gli altri vicini! Per questo dicevo la casa, prima…>>.

    << Non lo sappiamo in fondo. Anche loro potrebbero avere avuto in qualche modo coscienza di quanto stava accadendo. Potrebbero non averlo però condiviso con qualcuno che li ha presi sul serio, però >>.

    << Per me la chiave è nell’assassino, non ci sono dubbi. Devi concentrarti su questo. Devi riuscire a trovare il filo immaginario che colleghi l’assassino a i tuoi due pazienti. Su questo, però, non so aiutarti >>.

    << La colpa è dell’assassino. Che novità…>> ironizzò Julienne.

     

    Nei giorni seguenti, Julienne continuò a lavorare anima e corpo sui due sognatori del presente, mettendo in disparte, per la prima volta nella sua vita, le visite e gli altri pazienti – per la gioia della segretaria. Gli amici operanti nello stesso suo campo continuavano a non riuscire a trovare un senso a tutto questo impegno in un caso dal loro punto di vista disperato. Così Julienne non poteva che contare sulle proprie forze – e su un relativo sostegno di Tobey, che periodicamente si informava sullo stato delle ricerche. La dottoressa continuava a meditare sulla discussione avuta con Tobey, cercando uno spunto di riflessione. Per quanto cercasse di tenersi aggiornata tramite internet, cercando qualcuno che raccontasse di esperienze simili, continuava a rimanere chiusa nella bolla del suo ufficio, in compagnia delle relazioni stilate sui sogni di Isabelle e Max.

    Come spesso accade però, nel momento in cui si sta per gettare la spugna, la nostra mente decide di metterci sulla strada giusta.

    Il momento cruciale avvenne nel posto più improbabile: in un supermercato. Julienne stava passando davanti alla parafarmacia, quando una scatola di antidolorifici le ricordò un dettaglio della discussione con Tobey che aveva sempre sottovalutato. Ancora non si era accertata se qualcun altro avesse avuto qualche tipo di disturbo analogo a quelli presentati dai suoi due pazienti, nelle vicinanze delle rispettive abitazioni. Siccome non aveva raccolto testimonianze simili né dalle chiacchierate con i colleghi, né dalle accurate ricerche effettuate su internet, non le restava che un metodo scomodo, ma senza dubbio efficace: bussare ad ogni porta, e convincere la gente a condividere con lei eventuali disturbi sospetti.

    Dopo infinite suppliche, persuase Tobey a venire con lei, per precauzione contro individui poco raccomandabili. Il primo giorno, visitarono cinque case; in due di esse i padroni di casa sbatterono la porta in faccia non appena Julienne manifestò la sua volontà di identificare eventuali episodi anomali nella vista psichica degli abitanti del quartiere. Gli altri tre non andarono oltre una forte emicrania sofferta indefinibilmente qualche tempo addietro la visita di Julienne. Nessuno sembrava aver dato troppo peso a quel mal di testa, tanto da ricordarsi in che circostanza si fosse presentato. Ciò che insospettì Julienne fu il fatto che tutti e tre dissero di essersi svegliati con un gran mal di testa, che li avrebbe poi accompagnati per tutta la giornata.

    Il lavoro certosino di Julienne proseguì per una settimana abbondante. Tutto ciò che riuscì a raccogliere, furono una scia infinita di emicranie e giramenti di testa, nati nelle ore notturne e proseguite nelle ore diurne. Chi mise sulla retta via la dottoressa e un Tobey sempre più annoiato dall’intera faccenda, fu un anziano signore che, dopo aver elencato meticolosamente tutti i suoi disturbi alla dottoressa, palesemente antecedenti agli omicidi, entrando arbitrariamente in confidenza con i due giovani che aveva preso in simpatia, accennò al fatto che la sua amata radio si era di punto in bianco guastata.

    << Co…come la radio? >> chiese improvvisamente Julienne, smettendo di prendere appunti.

    << Sì signorina, gliel’ho detto! Io ci vedo poco; la televisione disturba la mia vista, e così non posso che affidarmi alla buona vecchia radio che posseggo da quando ero un ragazzo. Mi tiene compagnia di giorno, di notte…>> spiegò l’anziano signore.

    << E mi stava dicendo che si è rotta, giusto? >> lo interruppe Julienne.

    << Sì! E’ incredibile! Quella è una radio come si deve: in 60 anni si è bruciato solo un filo, mentre ora non capisco cosa le sia successo…Non c’è verso di farla funzionare! E io non voglio portarla in uno di questi centri di riparazione moderni: mi direbbero senza dubbio che è da buttare, ma io non lo farò mai! Questa è la mia radio…>>.

    << Tobey, tu saresti in grado di darle un’occhiata? >> chiese improvvisamente all’amico, seduto lì accanto, senza badare alle chiacchiere del signore.

    << Posso provarci…Potrei? >> chiese dunque il ragazzo all’uomo. Tobey era appassionato di congegni elettronici; sin da bambino aveva mostrato una discreta attitudine nel riparare ogni tipo di oggetto che funzionasse a batterie o a corrente. Il vecchietto gli fece strada, ma mentre Tobey armeggiava con il pezzo d’epoca, non si spostò di una virgola, tenendo ben fissi gli occhi appannati dalla vecchiaia sulle mani del giovane ragazzo. Tobey aprì la radio per visionarne l’interno, sotto gli occhi attenti del vecchietto e quelli perplessi di Julienne.

    << Quando ha detto che si è rotta? >> chiese Tobey, senza staccare gli occhi dalla struttura interna della radio.

    << Diciassette giorni or sono! >> rispose nervosamente il vecchietto.

    << E diciassette giorni or sono che Isabelle e Max hanno fatto i loro primi sogni >> commentò a denti stretti Julienne.

    I due si congedarono rapidamente dal vecchietto, impazienti di raggiungere la quiete per scambiarsi delle opinioni.

    << La radio internamente sembra intatta, non capisco cosa possa averla danneggiata. Un episodio simile mi è capitato di udirlo solo in un caso, quando una lavatrice di un mio amico fu colpita da un fulmine: di punto in bianco smise di funzionare. Poi scoprirono un pezzo interamente carbonizzato al suo interno. Dunque dubito che un fulmine abbia colpito la radio senza lasciare bruciature evidenti…>> sentenziò Tobey, chiudendo la portiera della macchina.

    << Quindi? Cosa pensi sia stato? E’ evidente che vi sia un collegamento: a quindici metri quel tipo è stato ucciso, e qualche passo più avanti Isabelle lo ha sognato >>.

    << Per me è stato qualcosa che ha avuto l’effetto di un fulmine, ma senza lasciare tracce…una specie di onda, qualcosa di potente da interferire con questa vecchia radio e metterla fuori uso >>.

    Julienne appoggiò stancamente le braccia sul volante, riflettendo mentre fissava un punto imprecisato davanti a sé.

    << Un’onda…>> mormorò, mettendo in moto. Non appena la macchina partì, si accese anche la radio; la stazione su cui era sintonizzata stava trasmettendo un programma radiofonico a cui né Julienne né Tobey prestarono la minima attenzione, eccessivamente persi nei rispettivi pensieri.

    Dopo circa dieci minuti di guida, il telefono di Julienne iniziò a vibrare nel cassettino situato esattamente sotto la radio, Julienne lo fissò, stanca e svogliata, non avendo la minima intenzione di rispondere, ma poi qualcosa le venne in mente. Abbandonò dunque il volante all’istante, indicando con forza la radio.

    << Hai sentito? >>.

    << Il telefono che ti sta squillando da dieci minuti? Sì, certo. E’ verde…>> rispose Tobey, senza degnarla di uno sguardo.

    << No, no, no! La radio!! La radio!! >> esclamò su di giri.

    Tobey prestò un momento attenzione, ma sentendo lo speaker parlare con un’ascoltatrice di una relazione finita male, perse immediatamente interesse.

    << A me queste cose non interessano; ho già problemi a sufficienza…>>.

    << Non hai capito! >>. Prese dunque il telefono di corsa, e compose il numero di Tobey.

    << Presta attenzione alla radio! >> disse, mentre lasciava squillare.

    Un istante prima che il cellulare di Tobey iniziasse a suonare una strana melodia, la radio preannunciò l’arrivo della telefonata tramite un’interferenza che si manifestò come un suono meccanico rapidamente alternato alle frasi dello speaker.

    << Fa interferenza…>> commentò Tobey, perdendosi nuovamente nei meandri dei propri pensieri.

    Gli automobilisti iniziarono ad infuriarsi con Julienne, che fu costretta a ritornare con i piedi a terra, per accostare la macchina al marciapiede, al fine di continuare le proprie speculazioni.

    << Vuoi dire che la radio del signore si è guastata a causa di un’interferenza con un altro congegno, lo stesso che ha provocato i mal di testa e i sogni dei tuoi pazienti? >>.

    Julienne sentiva l’agitazione e l’emozione crescere dentro di sé. Non poteva credere che la risposta fosse stata sempre sotto il suo naso.

    << Non ho idea di quale oggetto si tratti, ma indubbiamente deve essere qualcosa di più potente di un telefonino. Qualcosa di assolutamente nuovo, in grado di essere captato dall’essere umano…>> disse.

    << Ho sentito parlare di connessioni senza fili che possono provocare emicranie in soggetti sensibili, ma mai di qualcosa in grado di essere realmente captato e decodificato dalla mente umana! >>

    << Potrebbe essere qualsiasi cosa, per quanto ne sappiamo. Chi è il responsabile di questi quattro omicidi è   qualcuno molto scaltro, a cui non è sufficiente un semplice cellulare… >>.

    << Dobbiamo parlarne con la polizia!!! >> suggerì Tobey.

    << No! Assolutamente no! Non ci crederebbero mai! Dobbiamo agire da soli! >> esclamò Julienne.

    << Ma come? Sei matta? Come pensi di poter intercettare un criminale – o addirittura un’organizzazione criminale – da sola? >>.

    << Seguendo una pista che loro stessi si lasciano alle spalle >>.

     

    Julienne tornò di corsa in ufficio, e contattò alla svelta Isabelle e Max: voleva immediatamente metterli al corrente di quanto avevano scoperto lei e Tobey, per coinvolgerli anche in quella che a prima vista sembrava una ricerca senza speranza.

    I due si incontrarono nuovamente in sala d’attesa, ma scelsero di ignorarsi, assai perplessi dall’idea di dover vedere contemporaneamente la dottoressa, esponendo quindi agli occhi di un estraneo quanto emerso nelle precedenti sedute, nonché i due sogni-premonizioni.

    Julienne li accolse amichevolmente, celando con tutta la sua forza la stanchezza accumulata. Rapidamente, li mise al corrente delle sue ricerche e di quanto aveva scoperto, lasciando assolutamente di stucco i due ragazzi.

    << Quindi i nostri cervelli hanno come intercettato e decodificato queste…onde? >> chiese Max, storcendo la testa, visibilmente stupito.

    Julienne annuì. << Lo so che sembra poco plausibile, ma è l’unica spiegazione che sono riuscita a dare a tutto questo. Ci sono un po’ troppe coincidenze, verificatesi quella notte: i mal di testa, la radio bruciata misteriosamente…voi due. Insomma: qualcosa di molto potente ha investito voi e i vostri vicini, con le conseguenze che noi tutti conosciamo >>.

    << E come mai ne abbiamo avuto una prova concreta di quest’onda solamente io e lui? Voglio dire: possibile che nessuno abbia avuto lo stesso tipo di sogno? >> chiese Isabelle.

    Julienne sospirò, e appoggiò la schiena alla poltrona girevole. << Nessuno me ne ha parlato, ma tutto è possibile. Nel caso contrario, per qualche ragione tutta da scoprire, voi siete maggiormente sensibili a questo tipo di onda >>.

    Max ed Isabelle si scambiarono un’occhiata preoccupata, uniti nell’incognita alle volte spaventosa rappresentata dalla diversità. Difficilmente l’avere qualche caratteristica fuori dal comune risulta di gradimento dell’interessato; Isabelle e Max si sentirono incredibilmente vulnerabili  dopo quell’affermazione.

    << Ma quindi…è tutto qui? Non c’è altro? >> domandò Max, lievemente alterato.

    << Non ho la prova di quello che dico; desidererei trovarla. Quanto a voi, fin quando non avremo la certezza matematica di quanto vi ho detto, fin quando non riusciremo a mettere le mani sull’onda, non potremo verificare per quale motivo il contenuto di quanto è stato trasmesso quella notte sia stato captato dal vostro cervello >>.

    << Io gradirei non provare più esperienze simili. Sinceramente non amo ficcare il naso in faccende che non mi riguardano…figurarsi in cose del genere. Se chi ha trasmesso il segnale quella sera, si rende conto che il cervello umano è sensibile ad esso, potrebbe non prenderla molto bene, no? >> protestò Isabelle, maggiormente interessata alla propria incolumità, che al motivo reale di quanto accaduto.

    << Lo so, infatti. E’ per questo che ho intenzione di andare a fondo a questa storia. Prima però ho voluto condividere con voi le mie teorie >>.

    << E cosa intende fare? >> chiese Max, interessato.

    La dottoressa spiegò che, visto che le forze dell’ordine non avrebbero mai creduto ad una storia simile, non le sarebbe restato altro che continuare a seguire le tracce di quelle emicranie misteriose, per giungere alla fonte del segnale. Le probabilità infatti che fosse cessato erano nulle o quasi. Il problema, spiegò, era rintracciare tutti coloro che da qualche tempo a quella parte avevano iniziato a patire un mal di testa cronico – per quanto ne sapeva, piuttosto fastidioso.

    Isabelle e Max rimasero affascinati dall’idea della dottoressa, e si ripromisero di aiutarla in tutti i modi possibili. Davanti a lei contattarono immediatamente tutti quelli che avrebbero potuto pubblicizzare questa “caccia all’emicrania” in ogni modo possibile.

    Max si limitò a spargere la voce nella sua cerchia di amici, mentre Isabelle contattò per primo un suo vecchio compagno di scuola, divenuto tecnico radiofonico di una nota stazione radio. Dopo qualche convenevole, arrivò presto al sodo, domandandogli il favore di chiedere in onda, spacciandola per un’inchiesta scientifica legata allo stress della vita moderna, di segnalare eventuali e recenti emicranie, sottolineando quale fosse la zona di residenza. Egli le promise di farlo immediatamente, per poi mandarle via e-mail tutte le risposte e i messaggi pervenuti.

    Il giorno seguente, Julienne e i suoi due pazienti si rincontrarono alla medesima ora. Isabelle si presentò con un fascicolo assai voluminoso, contenente le e-mail degli ascoltatori che il giorno prima avevano condiviso pubblicamente i loro disturbi. Armati di una notevole pazienza, iniziarono a studiarle con attenzione, registrando puntualmente da che zona era giunta la segnalazione. Per la fine della giornata, erano giunti ad aver registrato ben 173 segnalazioni provenienti tutte da una zona non eccessivamente estesa, subito fuori città.

    Quella sera stessa, Julienne informò Tobey sull’esito delle loro ricerche, chiedendogli un suggerimento per quanto riguardava la prossima mossa.

    << L’aver ristretto il campo non è cosa da poco. Certo…arrivare ad individuare il responsabile vero e proprio…è un’impresa un po’ ardua >> commentò al telefono.

    << Lo so, ma in fondo non avremmo mai scommesso di arrivare fino a qui, giusto? >>.

    << Già, già. Secondo me ti devi portare dietro i tuoi sensitivi, per vedere se riescono ad intuire qualcosa tramite il sonno. E’ l’unica possibilità che credo tu abbia >>.

    Julienne colse la palla al balzo, e contattò in fretta e furia i due ragazzi. Erano le 20:30, e per fortuna entrambi risposero. Chiese loro di raggiungerla allo studio nel più breve tempo possibile.

    << Vi premetto che non dovete sentirvi obbligati ad accettare >> iniziò, non appena li accolse nel suo studio ormai deserto e semi buio.

    << Non abbiamo strumenti che possano portarci a capire da dove provenga il segnale, a parte voi due. Dal mio punto di vista siete gli unici che hanno quanto meno una possibilità di poter porre la parola fine a questa storia. Sempre che ve la sentiate >> disse, spostando ritmicamente lo sguardo da uno all’altro.

    << Cosa dobbiamo fare? >> chiese prontamente Max.

    << Credo che l’unica soluzione sia che voi due vi trasferiate per un periodo in quella zona, sperando di poter carpire qualcosa di interessante attraverso la vostra “facoltà” >> spiegò loro Julienne.

    Dopo infinite discussioni, si accordarono per passare a giorni alterni la notte in un hotel della zona.

    Ma il caso volle che non ve ne fosse necessità.

     

    Julienne venne svegliata dal suono del telefono alle 5:35 della mattina seguente.

    << Dottoressa? Mi scusi se la chiamo a quest’ora…ma ci siamo >>.

    << Isabelle?...Che…è successo? >> balbettò Julienne stropicciandosi gli occhi e soffocando uno sbadiglio.

    << Questa notte…colpiranno domani…cioè, oggi…Non so dove, ma parlavano di un cantiere abbandonato, di un treno che avrebbe dovuto coprire qualcosa. Non so dirle altro: era tutto molto confuso, e chiaramente ho visualizzato la scena immaginando  e rielaborando immagini che già conosco >>.

    << Non hai altri dettagli? >> chiese preoccupata, ormai totalmente sveglia, la dottoressa.

    << No. Aspetti: si parlava di ora di pranzo. Credo che colpiranno a quell’ora, perché – dicevano – è l’ora più tranquilla. E il treno farà il resto, secondo quanto ho capito >>.

    << Ci vediamo tra mezz’ora al mio studio >> sentenziò categorica Julienne, preparandosi a svegliare Max.

     

    << Potrei sbagliarmi, ma credo di aver capito di cosa parlano. Dal treno per venire in città si vede il vecchio scheletro di una casa, i cui lavori di costruzione sono stati bloccati anni fa. E’ posta su una collina, leggermente più isolata dal resto delle abitazioni circostanti >> spiegò Max, ancora assonnato ma perfettamente lucido. Isabelle lo aveva messo al corrente del sogno, aiutata da Julienne, riportando tutti i dettagli.

    << Sai arrivarci? >> gli chiese preoccupata Isabelle.

    << Suppongo di sì…Ma potrei anche sbagliarmi! >>.

    << Prendiamo la mia macchina >> disse Julienne, alzandosi di scatto e afferrando la sua borsa.

    Chiuso lo studio, compose immediatamente il numero di Tobey. Come prevedibile il ragazzo dormiva ancora, e Julienne fu costretta a lasciare un inquietante messaggio in segreteria.

    << Chiamami appena puoi; lo abbiamo beccato >>.


    Attraverso le indicazioni di Max, raggiunsero in breve termine una stradina desolata che giungeva proprio ai piedi di una piccola collina, su cui si stagliava il fantasma di una casa  che non aveva mai visto la luce. Sullo sfondo, a poche decine di metri, era discernibilissima la ferrovia. Julienne parcheggiò poco più avanti, non precludendo la visuale che avevano della casa incompleta. Il cielo quel giorno era plumbeo, esattamente come gli animi dei tre detective allo sbaraglio.

    Non fu difficile intuire perché i criminali avessero scelto proprio quel posto: in ben tre ore, avevano contato sì e no cinque macchine e tre pedoni. Evidentemente per l’ora di pranzo si aspettavano il deserto più totale. Mancava un’ora a l’una, quando finalmente il telefono di Julienne squillò: era Tobey.

    << Ce l’hai fatta >> commentò ironicamente la donna.

    << Julienne? Dove sei? Non fare idiozie! >>.

    << Io non faccio nulla, almeno fin quando non vedo un tizio che si prepara ad ammazzare qualcun altro >> rispose secca.

    << Dimmi immediatamente dove sei >>.


    Fine pt. II


    Interferenze ( pt. I )

    Me ne libero così, di questo racconto che mi ha portato ad arraffare il primo premio al concorso letterario scolastico. Non ho idea se qui qualcuno mai lo leggerà, ma quanto meno mi libero dall'impiccio ( solo formale, perché di fatto a nessuno interessa leggere quello che scrivo ) di dover mantener la promessa di farlo leggere a diosachi.



    Interferenze

     

     

    I

    niziava ad essere stanco Max. Era da quella mattina che si trovava in acqua in balia delle onde, e nonostante la spessa muta che indossava, cominciava a sentire freddo. Girò la prua della sua tavola da surf verso la riva, ed iniziò a muoversi in quella direzione, lasciando che le onde lo sospingessero anche fin troppo velocemente in direzione del lungo pontile in legno sul quale era stato costruito un parco giochi che nelle giornate di pioggia aveva un’aria spettrale, con le giostre ferme, animate solo dal vento, e le figure grottesche di pagliacci che digrignavano i denti in smorfie che non ricordavano per nulla dei sorrisi.

    Giunto a riva, Max scese dalla tavola e, intralciato dalle onde di risacca, si avviò verso la terra ferma, cercando di non caricare troppo il peso sui piedi, appoggiati dolorosamente su sassi grandi quanto il palmo di una mano. I gabbiani, veri padroni di quella spiaggia desolata, non furono minimamente disturbati dallo strano essere che riemergeva dalle acque scure del mare: semplicemente si scansavano al suo passaggio.

    Max si levò in fretta la muta, e si avvolse nell’asciugamano che aveva riparato dalla pioggia e dal vento in un sacchetto all’interno dello zaino ormai intriso d’acqua. Si sedette sugli scomodi sassi che costituivano la spiaggia, raggomitolandosi per limitare il più possibile la dispersione di calore; intorno a lui, non c’era nessuno. Ma in fondo, ad essere fuori posto era lui, che nonostante la pioggia e il temporale, aveva scelto di rimanere comunque in spiaggia, a suo rischio e pericolo. Contava sul fatto che le probabilità di essere colpiti da un fulmine erano basse, ignorando interiormente la percentuale che rendeva plausibile una simile fatalità. D’altronde, si era sempre sentito definire uno scapestrato…non voleva venir meno alle aspettative di chi lo conosceva.

    Dopo circa dieci minuti, realmente infastidito dal freddo e dal vento che non gli davano tregua, si alzò, deciso ad andarsene. Raccolse le sue cose, indossò la maglietta, prese la sua tavola ancora bagnata sotto il braccio e si incamminò in direzione della strada. Camminando, scorse con la coda dell’occhio a circa trenta metri di distanza, una strana sagoma ingombrante riversa sulla spiaggia. Giacché oltre ad essere uno scapestrato era anche molto curioso, deviò in direzione della sagoma, cercando di capire di cosa si trattasse. Era sicuro: quando era uscito dall’acqua non c’era nulla; dall’acqua avrebbe sicuramente notato quello strano fagotto schivato accuratamente dai gabbiani.

    Solo quando fu a dieci passi di distanza, intuì di cosa si trattasse, ma continuò a camminare, per accertarsi della natura di quella figura che gli stava già facendo gelare il sangue nelle vene, raffreddando ulteriormente il suo organismo. Si rifiutò di avanzare ulteriormente: era palese che quella era una sagoma umana rivolta a pancia in sotto. Le braccia erano allungate scompostamente all’esterno,  le gambe piegate. Il volto era affondato nei sassi; non vi erano tracce di sangue. Max iniziò ad indietreggiare alla svelta, inciampando nei suoi stessi passi, sospinto all’indietro dal vento che veniva intrappolato dalla tavola da surf, quasi come si trattasse di una vela. Si voltò ed iniziò a correre a perdifiato, inciampando più volte nei sassi, affondando i piedi talvolta più del dovuto. Non guardò mai indietro, fin quando non raggiunse la strada. Quando si voltò nuovamente in direzione del cadavere, rimase immobile sul posto, incredulo: la figura era sparita. Da dove si trovava riusciva a vedere la spiaggia che si snodava fino all’orizzonte, ma di sagome nere riverse a terra non vi era traccia. Scelse di andare a controllare, costeggiando questa volta la spiaggia dal lungomare, pronto a chiedere aiuto ai passanti – nel caso nessuno avesse ancora notato l’uomo. Raggiunse molto più rapidamente di prima il punto in cui aveva visto il cadavere, ed era ovvio che su quella spiaggia non vi fosse nessuno a parte i gabbiani. Dove aveva visto la sagoma, non c’erano niente altro che sassi. Intorno a lui la gente camminava tranquillamente, per nulla stupita o incuriosita da quanto stesse succedendo in spiaggia. Dove era finito il corpo? Max si guardò intorno, ma sulla spiaggia non vi era nessuno a vista. Guardò in strada: non vi erano ne ambulanze né auto della polizia. Nessun criminale poi sarebbe riuscito a portare via dalla spiaggia il corpo, passando inosservato. Ma Max era certo di quanto aveva visto: era arrivato a un passo dalla figura; avrebbe potuto quasi toccarla. Non si poteva in alcun modo trattare di un’allucinazione: aveva impiegato qualche minuto per raggiungere la figura, e non era ragionevolmente possibile che i suoi occhi lo avessero ingannato per così tanto tempo. Era stanco ed infreddolito, è vero, ma non aveva mai avuto allucinazioni in vita sua, anche dopo giornate se possibile ancor più stancanti. Lì sulla spiaggia, c’era un cadavere, Max né era sicuro…

    ~

    Le macchine sfrecciavano lontane sull’asfalto bagnato, nella via principale. Isabelle era ormai quasi a casa; nel vicolo deserto in cui si trovava poteva udire solamente i propri passi. Era uscita per acquistare la cena nella rosticceria all’angolo: era troppo stanca per cucinare quella sera. Con il sacchetto in mano, non vedeva l’ora di arrivare a casa per assaporare la causa di quel buon profumo che la avvolgeva. In realtà la stanchezza era un pretesto: detestava cucinare. Erano più le sere in cui mangiava fuori, o acquistava del cibo pronto, che quelle in cui cucinava qualcosa di molto elementare per un puro istinto di sopravvivenza. Quella sera non aveva avuto voglia di uscire fuori a cena, e così aveva optato per la rosticceria aperta fino a tarda notte. Isabelle si strinse nel cappotto: tirava un vento gelido, inaspettato secondo le previsioni meteo che aveva ascoltato due ore prima. In lontananza scorse un gatto intrepido sgusciare fuori dalla recinzione di una casa; probabilmente i due avevano in comune qualcosa in quella gelida sera. Entrambi si erano spinti all’esterno dalle proprie abitazioni, in cerca probabilmente di cibo. Bizzarro come due creature così diverse possano essere incredibilmente simili.

    Isabelle era quasi arrivata: era ormai giunta davanti all’imponente cantiere, dove nel giro di pochi mesi erano state erette tre ville a schiera di discutibile bellezza. Non c’era da stupirsi se in quelle tre villette, qualche proprietario senza scrupoli fosse riuscito a farvi entrare addirittura sei famiglie. Scene di quel tipo si vedevano spesso nella cittadina in cui abitava Isabelle: quelle che erano villette già non eccessivamente grandi, venivano ulteriormente divise per ospitare il maggior numero di persone, con il massimo dei profitti per i padroni di casa.

    Qualcosa catturò però l’attenzione di Isabelle, in quel cantiere desolato ormai da ore. Un tonfo, e nient’altro. Fu questo che Isabelle udì, ciò che interruppe il suo cammino spedito verso casa. Si voltò, ma il cantiere era avvolto da una spessa coltre di oscurità, che impediva di vedere qualcosa oltre la parte superiore della facciata. Non vi erano tracce di movimento, né di presenza umana. Eppure Isabelle rimase lì immobile ancora per qualche secondo, aspettando di vedere o sentire qualcos’altro. La sua curiosità fu soddisfatta: una sagoma scura piombò improvvisamente di sotto dall’impalcatura che si trovava all’altezza del secondo piano. Ovviamente, ci fu un altro tonfo, questa volta molto più sinistro. Era palesemente il tonfo di un cadavere gettato a terra. Isabelle non ci pensò due volte: iniziò a correre come una furia, per quegli altri pochi metri che la separavano da casa. Tremando infilò la chiave nella toppa del cancello, la girò con energia, entrò, e chiuse con forza il cancello alle sue spalle. Continuò a correre e ad agire rapidamente, fin quando non serrò la porta di casa alle sue spalle. Quando ebbe ripreso fiato, salì in camera da letto da cui si riusciva a vedere una parte del cantiere. Con circospezione, si affacciò alla finestra, ma non aveva accesso visivo al  terreno circondante le villette. Si ritirò in casa, troppo sconvolta per chiamare la polizia. I primi sospetti sarebbero ricaduti su lei stessa, in giro a quell’ora tarda della sera. Le venne in mente che, chiaramente, quel tizio era stato gettato lì da qualcuno. Qualcuno che sarebbe dovuto uscire dallo stesso cancello davanti al quale, poco prima, aveva sostato lei. Tornò alla finestra, trascinò una sedia lì vicino, e si sedette, attendendo di vedere uscire l’assassino…

    ~

    Max si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Si guardò intorno spaventato: era a casa propria. Aveva sognato tutto. Eppure, quella scena era così credibile; sembrava quanto vissuto da lui stesso il giorno prima. Era tutto identico, tranne per il dettaglio del cadavere. La spiaggia, il giorno prima, sotto la tempesta che imperversava ancora, fuori dalla tranquillità casalinga, era totalmente deserta. Anche in strada i passanti erano pochi rispetto a quelli a lui apparsi in sogno. Probabilmente a differire era l’orario: lui non si era trattenuto così a lungo. Eppure la scena era talmente realistica…le immagini così vivide, al pari delle sensazioni provate.

    Max decise di fare una doccia, cercando di lavare via assieme al sudore le sensazioni sgradevoli lasciategli da quell’incubo, il più realistico che Max riuscisse a ricordare.

    ~

    Raramente ad Isabelle capitava di destarsi prima che la sveglia suonasse. Solitamente aveva un sonno molto profondo; ricordava come sua madre si fosse sempre lamentata del fatto che per svegliarla occorrevano seriamente rumori che avrebbero risvegliato un reggimento intero di soldati. Eppure l’orologio digitale segnava le 5.35 del mattino: mancavano ancora oltre 60 minuti all’ora su cui era impostata la sveglia. Isabelle era balzata a sedere di colpo, gettando con violenza le coperte in fondo ai piedi. Aveva aperto gli occhi all’improvviso, troncando altrettanto fulmineamente il sogno che stava facendo. Ricordava perfettamente di cosa trattasse: le era sembrato di rivivere la sera precedente, quando era effettivamente uscita per acquistare del cibo pronto, per poi consumarlo in solitudine davanti a qualche sciocco programma televisivo di pessima qualità. In questo frangente di realismo si era inserita la vicenda del cantiere che, Isabelle lo sapeva bene, non era mai accaduta. Il suo pragmatismo ebbe la meglio anche in questo caso: ci vollero pochi istanti prima che Isabelle si convincesse che, tutto sommato, si era pur sempre trattato di un sogno – per quanto spaventosamente realistico -, e che tuttavia non poteva guastarsi l’intera mattinata per essere stata svegliata da un lavoro onirico privo di senso. Premeditando come spendere utilmente quei minuti aggiuntivi alla sua già lunga giornata, Isabelle fece un promemoria mentale: se se ne fosse ricordata, avrebbe parlato del sogno alla sua analista.

    ~

    Max rimase interiormente disturbato per l’intera giornata. Nel negozio sportivo in cui lavorava era apparso distratto per tutto il tempo, guadagnandosi due strilliate dal parte del gestore. Quella sera avrebbe dovuto vedere i propri amici, e sperava che almeno per allora la strana sensazione che lo aveva accompagnato per tutta la giornata se ne fosse andata, come era logico che facesse un’emozione provocata da un semplice sogno.

    ~

    Il suo studio dentistico quel giorno brulicò costantemente di clienti. Non era raro che Isabelle dovesse aggiungere all’ultimo minuto qualche paziente inaspettato nell’agenda sempre stra-piena, e questo faceva sì che la sala d’attesa fosse sempre affollata di pazienti più o meno spaventati, spazientiti o semplicemente speranzosi che la parcella non fosse troppo onerosa. Isabelle non ebbe materialmente il tempo di riportare alla mente quanto sognato la notte passata. Eppure, lo dovette riconoscere, per quanto tentasse di essere sempre attenta e puntuale, quel giorno si sentiva strana, leggermente distaccata dal mondo esterno.

    ~

    L’appuntamento era a casa di Frank, un vecchio amico dei tempi della scuola, alle 19.00. Max arrivò leggermente in ritardo: il gestore del negozio, indispettito dal suo atteggiamento, aveva preteso che si fermasse per delle pulizie fuori orario. Max si unì agli amici nel salottino davanti alla tv, mentre i consueti programmi televisivi del tardo pomeriggio si avviavano alla conclusione. Si rallegrò del fatto di non essere l’ultimo: Luke era in ritardo, e non aveva avvertito nessuno a riguardo.

    Lo aspettarono in salotto, per altri venti minuti abbondanti. Nel frattempo, Max fece di tutto per essere coinvolto nelle discussioni generalmente molto futili intavolate dagli amici. Gli argomenti non andavano mai oltre gli ultimi risultati calcistici, le previsioni del mare dei prossimi giorni, questo o quel concerto imminente…insomma, niente di troppo impegnativo, tipico di giovani adulti ancora con un piede nell’adolescenza. Tra una parola e l’altra, in tv era già iniziato il notiziario della sera. Solo durante i titoli di apertura finalmente il campanello annunciò l’arrivo di Luke. Tra il frastuono generale venutosi a creare nella casa, Max gettò sbadatamente un paio di volte l’occhio sullo schermo; la prima volta, un presidente di stato straniero stava annunciando a qualche convegno internazionale i provvedimenti economici che riteneva opportuno adottare. Fu però la seconda immagine intravista a catturare l’attenzione di Max.

    << Mi dovete scusare, ma è tutta colpa di queste dannate sedute che devo fare. La psicologa mi da un appuntamento, e regolarmente non lo rispetta! >> stava così giustificando il proprio ritardo Luke, versandosi da bere.

    << Hey, hey! Fate silenzio!!! >> si impose con forza Max, catturando l’attenzione generale che in breve si concentrò sul piccolo schermo.

    << Ma quella non è la nostra spiaggia? >> chiese Frank, mentre il servizio mostrava una panoramica del parco giochi che in quel piccolo paese attirava l’attenzione di tutti i bambini.

    << …Il ritrovamento è avvenuto intorno alle cinque di questa mattina. Un ragazzo che stava facendo footing ha notato il cadavere ed ha contattato immediatamente la polizia – stava dicendo la giornalista, evidentemente infastidita dal vento che le mandava continuamente i capelli sul volto -. I primi accertamenti hanno rivelato che l’uomo è stato ucciso intorno alle 23.00 del giorno prima, molto probabilmente qui, sul posto, dopo essere stato colpito con tre coltellate. Il movente ovviamente è tutto da chiarire. La polizia ha invitato chiunque avesse visto o sentito qualcosa di sospetto intorno a quell’ora a mettersi in contatto con il commissariato locale. Da qui è tutto >>.

    Nella camera era calato il silenzio. Quei luoghi erano per tutti estremamente familiari; tutti erano cresciuti lì, passando le loro giornate tra il lungomare e la spiaggia. Era sempre stato un posto relativamente tranquillo; impossibile credere che proprio lì fosse stato ucciso un uomo.

    << E pensare che io ero da quelle parti qualche ora prima che succedesse il fattaccio >> commentò Frank.

    << Anche io! Sono stato lì almeno fino alle quattro del pomeriggio! E in spiaggia non c’era anima viva!!! >> esplose spaventato Max. Come a tutti, alle volte in passato gli era capitato di veder realizzato quello che aveva sognato la notte precedente, ma si era sempre trattato di cose di piccolo conto, evidenti coincidenze derivate dalla casualità. Questa volta si stava parlando di un omicidio; com’era possibile che lui avesse sognato che un uomo era stato ucciso proprio sulla “loro” spiaggia prima ancora che il cadavere fosse rinvenuto? Non aveva mai creduto nel paranormale, e quindi era molto riluttante a pensare che avesse avuto una specie di visione. Ma quale poteva essere la spiegazione logica a tutto ciò?

    I suoi amici non si accorsero del turbamento che si dipinse sul volto di Max, troppo intenti a commentare la notizia. Egli decise di tenere per sé l’esperienza, certo che nessuno gli avrebbe creduto. Con quale coraggio andare a riferire in giro di aver visto in sogno l’omicidio della spiaggia?

    ~

    Come al solito la tangenziale era colma di pendolari furiosi e frettolosi. Non era raro trascorrere anche due ore bloccati su quella strada nelle ore di punta, con il risultato che da quella fila disordinata di auto non si alzava solo una fitta coltre di smog, bensì anche un denso strato di rabbia, farcito da improperi di tutti i tipi.

    Isabelle accese la radio, cercando nervosamente una stazione che trasmettesse della musica di suo gradimento. Detestava i successi commerciali che venivano resi dalle radio e dalle televisioni dei veri e propri motivi ossessionati,quando poi, di punto in bianco, sarebbero stati dimenticati da tutti.

    Finalmente la trovò. Era quasi finita però, e subito dopo la pubblicità partì la sigla del notiziario radio. Isabelle ascoltò distrattamente il resoconto dell’ultima giornata del summit economico tenutosi a Parigi nei tre giorni precedenti. Non vedeva proprio come una breve riunione di una decina di uomini di stato potesse fungere da soluzione alla crisi economica. L’economia – aveva sempre pensato – la fanno i singoli cittadini del mondo, e prima che le decisioni internazionali vengano assorbite e messe in atto dai singoli individui – quindi dalle singole attività commerciali ed aziende –, dando dei risultati, potevano passare dei decenni interi. Lo speaker poi passò a parlare di un cadavere ritrovato a 40 chilometri di distanza dalla città di Isabelle, sulla spiaggia di una località costiera,  rinvenuto quella mattina, in un sottoscala di un negozio che si affacciava direttamente sulla spiaggia. La polizia brancolava nel buio riguardo a chi potesse essere l’assassino. “Strano…” pensò Isabelle. Quel posto lo conosceva bene; era noto per essere un paesino assolutamente tranquillo e pacifico. Aveva degli amici che abitavano lì, e ricordava come spesso si lamentassero della eccessiva quiete di quella località.

    Ma a colpire l’attenzione di Isabelle, fino ad un momento prima intenta a misurare quanti metri la separassero dall’incrocio, fu la notizia successiva, preceduta dal nome della sua città.

    << Ancora un omicidio, avvenuto a pochi chilometri da quello di cui vi abbiamo appena parlato. Questa mattina, il cadavere di un uomo è stato rinvenuto in un cantiere dagli operai che vi lavorano regolarmente. L’uomo a quanto pare è stato trascinato fino al secondo piano della palazzina in costruzione, ucciso con un colpo alla nuca, e poi gettato di sotto dalle impalcature. Per ora gli investigatori non hanno ritrovato tracce dell’assassino sul posto. Il delitto è stato consumato presumibilmente attorno a l’una di questa mattina >>. Lo speaker passò quindi alla pagina sportiva.

    Nel frattempo la fila si era mossa, ed Isabelle, rimasta pietrificata da quanto aveva udito, non si mosse, scatenando l’ira funesta degli automobilisti retrostanti, che iniziarono a manifestare sonoramente il loro dissenso. Isabelle innestò rapidamente la marcia e si avviò con molta lentezza, ripensando alla notizia appena ascoltata.

    La sua analista le aveva sempre detto che i sogni sono tendenzialmente rielaborazioni di eventi e situazioni già vissute; niente che le avesse detto nei tre anni di analisi si riferiva alla possibilità di prevedere il futuro con così tanta precisione. Isabelle rifletté: più che leggere il futuro, aveva letto il presente, pur essendo addormentata e relativamente distante dall’accaduto. Il semaforo ridivenne rosso; Isabelle spense la radio, afferrò al volo l’auricolare appoggiata sul sedile laterale, e compose il numero della sua analista. A quel punto parlare con qualcuno dell’accaduto era divenuta una priorità.

    << Julienne? Scusi se la disturbo a quest’ora…Sono Isabelle >>.

    << Ciao Isabelle. Dimmi pure >>.

    << Ho urgenza di parlarle di una questione. So che può sembrare strano…ma si tratta di una cosa importante. Vorrei parlargliene di persona al più presto; è una cosa che mi sta angosciando molto…>>.

    << Guarda, io ho altri due appuntamenti. Se riesci a passare da me prima che me ne vada, volentieri! >>.

    << Farò il possibile…grazie mille!!! >>. Invertì la direzione appena poté. Nonostante il traffico riuscì ad arrivare in orario.

    ~

    Max rimase turbato per tutta la serata. Non proferì parola, o quasi, mentre i suoi amici si dimenticarono presto la notizia sconvolgente. Decise tuttavia di non tornare a casa, preferendo in qualche modo la confusione alla solitudine che lo avrebbe indotto a rimuginare ulteriormente sul sogno e sull’omicidio. Nonostante le sue intenzioni, necessitava seriamente di condividere i propri pensieri e preoccupazioni con qualcuno, ma la sua comitiva di amici era ben poco adatta.

    << Max…hai una faccia…Ma cosa ti è successo? >> gli chiese improvvisamente Frank, davanti agli avanzi della pizza.

    << Niente, ho un po’ di pensieri >>.

    << Vedete?! Sono queste le frasi che ti appiccicano addosso uno psicologo per secoli! Quanto meno, alla fine ti senti rivoltato come un calzino. Certo che deve essere bello essere pagati per far vuotare il sacco alle persone! >> commentò Luke, bevendo un sorso di birra.

    Max improvvisamente raddrizzò le orecchie, finalmente attento alle parole degli amici che finora lo avevano solamente sfiorato.

    << Tu vedi uno psicologo? >> chiese interessato.

    << Ma dove vivi? Secondo te perché ho fatto tardi? L’ho pure detto! Frank mi ha preso in giro dieci minuti per questo motivo!!! >> rispose ironicamente Luke.

    Max scosse il capo, chinandolo. << Non stavo sentendo. Ma com’è? Ci si può parlare? >>.

    << Perché solitamente tu paghi una persona per ascoltarti, pur non potendoci parlare? >> lo sbeffeggiò Frank, sottolineando in particolar modo l’ultimo verbo.

    << Intendo dire: potrei parlare immediatamente di una questione abbastanza seria, o mi spedirebbe direttamente in manicomio? >>.

    << No, no, questo no. Tutto sommato è una persona abbastanza tranquilla. Non credo che potrai avere molti problemi con lei >>.

    << Pensi sia un problema se la chiamo adesso? >>.

    ~

    Isabelle arrivò tutta trafelata davanti all’ingresso dello studio della dottoressa Julienne. La segretaria, visibilmente disturbata dalla sua presenza, che l’avrebbe costretta a prolungare l’orario di lavoro, la accolse piuttosto freddamente, dicendole che poteva direttamente accomodarsi dalla dottoressa.

    La porta era aperta, e si sentiva chiaramente la voce della dottoressa al telefono. Nonostante ciò, da dietro la sua possente scrivania in legno, le fece cenno di entrare.

    << Ho capito, ho capito. Se ritiene che sia una questione molto urgente, faccia una corsa. Vedrò di riceverla. In fondo conosco la famiglia di Luke da anni, devo loro dei favori. Si trovi qui fra tre quarti d’ora Max, d’accordo? A dopo >>. Attaccò.

    La segretaria lasciò la stanza, sbattendo rumorosamente la porta. Dalla telefonata si intuiva perfettamente  che la dottoressa non aveva intenzione di andare a casa di lì a breve.

    << Quella ragazza ha decisamente bisogno di una camomilla…o di cambiare lavoro. Lavora per me da due anni, e ancora non ha capito che io non ho un orario fisso. Accomodati pure, Isabelle >>.

    La donna eseguì, sedendosi su una delle due poltroncine verde smeraldo poste davanti alla scrivania. Si chiese se erano state scelte con quella conformazione – i braccioli molto alti sembravano avvolgere l’interessato come in un grande e morbido abbraccio – per qualche ragione psicologica.

    << Mi sei sembrata preoccupata al telefono; che ti è successo? >>.

    << Si tratta di un sogno che ho fatto questa notte. Mi ha turbata molto. Non tanto il sogno in sé, ma il fatto che quanto ho sognato si sia avverato >>.

    Isabelle iniziò a raccontare il sogno, senza tralasciare alcun dettaglio. La dottoressa sembrava sinceramente stupita; probabilmente aveva già appreso la notizia dell’omicidio del cantiere. In ogni caso, Isabelle le raccontò di come lo speaker della radio sembrava aver annunciato al mondo di cosa avesse trattato il suo sogno.

    La dottoressa scarabocchiò qualcosa su un foglio, nel momento in cui Isabelle cessò di parlare. Poi, riassettandosi gli occhiali sul naso, assumendo un’aria seria, tentò di dare una spiegazione ad alcuni dettagli del sogno.

    << Ti confesso che è un caso realmente particolare. Ti conosco da tre anni, so perfettamente che non mi stai raccontando frottole, che non lo stai facendo per secondi fini. Onestamente, non so proprio darti una spiegazione a questa cosa. Non so come un fatto che si stava consumando durante le tue ore di sonno, si sia potuto inserire in un sogno che ricalcava le tue esperienze del giorno precedente >>.

    Isabelle attese il proseguo del discorso, ma la dottoressa si chiuse in un silenzio tombale, riprendendo a scrivere altri appunti.

    << Cara, temo di non sapere proprio cosa dirti. Sei sicura che la notizia non fosse stata divulgata prima che andassi a dormire? Non è che hai ascoltato distrattamente qualche telegiornale prima di andare a dormire che ne ha parlato? >>.

    << Gliel’ho detto: lo speaker ne ha parlato come se fosse stata una notizia di oggi; il ritrovamento è avvenuto oggi! >> insisté Isabelle.

    << Accidenti. Vorrei proprio aiutarti…ma mi trovi totalmente disarmata davanti a tutto ciò. Non posso far altro che dirti che si è trattata di una coincidenza; che sei stata suggestionata da qualche immagine, film o lettura. Ma del come tu abbia potuto visualizzare qualcosa che stava accadendo…non te lo so proprio dire. Teniamoci in contatto: voglio sapere se si ripete qualcosa del genere! >> la liquidò Julienne, alzandosi per accompagnarla alla porta. Isabelle, dal proprio canto, non si sentiva ancora soddisfatta. Aveva sinceramente sperato di poter trovare una risposta.

     

    ~

    Max attese solo pochi istanti nella sala d’attesa molto moderna dello studio della dottoressa Julienne. Aveva abbandonato di punto in bianco la cena con gli amici per vedere un’analista sconosciuta che secondo lui avrebbe dato certamente una spiegazione razionale e scientifica a quella specie di visione che aveva avuto.

    La segretaria lo chiamò quando ancora una giovane donna si stava congedando con la dottoressa.

    Max entrò, e Julienne gli chiese di mettersi a proprio agio.

    << Allora, dimmi pure di che si tratta >>.

    << Le potrà suonare molto strano quanto le sto per raccontare: ieri notte ho avuto una specie di visione, di premonizione >>.

    Julienne strabuzzò gli occhi, poi sorrise scuotendo la testa. << Non ci crederai mai, ma la ragazza che è appena andata via era qui per lo stesso motivo. Non mi dire che hai assistito ad un omicidio nel tuo sogno! >>.

    Max rimase senza fiato. << Come…come fa lei a saperlo? >>.

    << Isabelle, quella ragazza, mi ha appena raccontato il suo sogno. Non potrei parlare degli altri pazienti, ma questo è un caso così straordinario! Avanti, raccontami la tua esperienza >>.

    In preda all’agitazione, Max raccontò tutto quello che aveva da dire.

    << E così, il tuo è un altro omicidio. Non posso che pensare però che le due cose siano collegate. La distanza tra le due scene del delitto, così come quella che separa te da Isabelle non è molta. E poi, improbabile pensare che due casi così fuori dal comune si verifichino entrambi la stessa notte, riguardo due episodi accaduti a breve distanza l’uno dall’altro! >>.

    << Ma quindi, dottoressa, di cosa si tratta? >> chiese preoccupato Max.

    << Non so dirti come tu abbia potuto sognare quello che era successo in spiaggia quando nessuno ne era ancora al corrente, se sei venuto qui per sentirti dire questo. Mi sento di escludere l’ipotesi fantascientifica che tu abbia assistito all’omicidio da sonnambulo. Ti assicuro però che prenderò a cuore sia il tuo caso, che quello di Isabelle. Se tanto mi da tanto, se non da voi, presto sentirò parlare di cose simili. Per ora non posso chiederti altro che contattarmi se ti capita di vivere nuovamente qualcosa del genere. A questo punto, sono io la prima a voler venire a fondo di questa storia. Potrebbe essere necessario rivedere alcuni aspetti dati per scontato del nostro cervello, se i vostri fossero i primi casi di chiaroveggenza scientificamente provati! >>.

     


     


    Fine parte I



     


     

                           

     

     

     

     

     

     

     


    June 16

    Ielts

    Finalmente ho tempo e voglia di raccontarvi questa ( traumatica ) esperienza.

    E' andato da giorni, ma ancora mi tormenta questo mostro.

    Avevo accennato che l'orale l'avevo avuto giovedì. Be'...poteva andare meglio. Semplicemente, sarebbe potuto capitarmi un essere non così scoglionato, tanto che sembrava mi facesse un favore a farmi delle domande. A farmi...a leggermi, piuttosto! Avevo la seria tentazione di dirgli che se voleva potevo fare tutto da sola, visto che l'esame viene registrato! >.<

    Gli scritti li ho avuti sabato. Che ansia che ho avuto quella mattina!
    Eravamo un bel numero, tutti appiccicati nel salone del British, schiena contro tavolo, senza spazio per respirare. Si comincia con il listening...e l'acustica...FA SCHIFO! Una cosa assurda! C'era da aspettarselo...rimbomba tutto, e il suono si disperde. PEr fortuna una cassa non mi era troppo distante.
    Le ultime domande dell'ultimo esercizio le ho praticamente inventate...ormai mi ero persa...ed era veramente difficile come esercizio. Tutti termini sconosciuti...fanculo.
    Dopo di che...uno spera che ti diano tre secondi di aria...ma invece nemmeno quello. Nemmeno fosse un lager, ci hanno subito dato la prova di reading. E lì, un'altra ora incollata alla sedia. Su questa prova sono andata piuttosto bene - credo. Il reading mi riesce particolarmente bene, e la cosa mi ha un po' rassicurata.
    Ed infine, dopo 10 minuti di sosta per grazia ricevuta...si attacca con il writing. Non credo di essere stata particolarmente brillante su questa prova.

    Insomma...è andato. Mi stava uccidendo veramente quest'esame; era quasi un anno che me lo trascinavo dietro! Un anno ad agosto!
    Non so realmente come possa essere andato...e anche il mio subconscio non ne ha idea. Sono due giorni che i risultati di questo esame mi ossessionano nel sonno, senza che ci cavi un ragno da un buco. Ieri ho sognato che erano pessimi...oggi che ce l'avevo fatta. Sta di fatto che io fino al 26 così non reggo.
    Sono realmente agitatissima. La vita andrà avanti comunque...ma per me è molto importante che sia andato bene.
    Speriamo.
    Il 26 lo sapremo una volta per tutte...
    June 11

    Vittoria(e)!

    Waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

    O.O

    Che giornata quella di ieri!
    Non so se ne avevo accennato, ma...ieri ho avuto la premiazione del concorso letterario e di quello scientifico.
    Cominciamo col dire che ieri mi sono svegliata un'ora prima causa-restauro, ed è una cosa mai successa, già degna di nota. Non so se sia questa la causa - oppure l'emozione - del mio rimbambimento che mi ha accompagnato per tutta la giornata. Sapete, come quando vi sentite mentalmente assenti.

    In ogni caso, per me l'emozione era già fortissima, sapendo che la classe avrebbe partecipato ad entrambe le premiazioni.
    Dopo un po' di pasticci iniziali, causa disorganizzazione, finalmente inizia la premiazione del letterario. C'era tanta gente...troppa. Anche infiltrati alle finestre xD.
    Per fortuna quest'anno hanno evitato la pantomima di chiamarci a leggere un brano del testo/poesia, accorgendo i tempi e facendo in modo di accompagnare la lettura anche da un commento.
    Sono stata un po'...disappointed...dal mio commento. In sé, nulla da dire. Bello, mi ha fatto sentire importante. La pecca sta nel fatto che il mio NON è un racconto paranormale, come è stato definito.
    Fatto sta che, dopo 21 commenti e 21 brani, arriva l'ora delle premiazioni, e qualcuno se n'è uscito invitando a premiare prima la prosa.
    Panico.
    In quel momento avevo le budella in gola.
    La sorpresa arriva quando annunciano un ex aequo al primo posto tra....ME!...e un'altra ragazza.
    Mi sono sentita esplodere!!!! Tutti gli applausi, la classe in piedi (<3)...wow. Non ci speravo proprio. Il testo l'ho prodotto in fretta e furia, e sinceramente non credevo che avesse la minima speranza di posizionarsi così!

    Dopo una mezz'oretta di pausa, e un'altra di ritardo accademico, inizia la premiazione dello scientifico.
    La prima notizia sconvolgente è che due lavori sono stati segnalati ad una ricercatrice dell'Istituto Superiore di Sanità, con la quale i ragazzi prescelti faranno uno stage di 2 mesi.
    Insomma, inizia questa premiazione, per fortuna più rapida. Tre categorie; 9 vincitori. Ognuno deve motivare la sua partecipazione, e il motivo della sua scelta - per quanto riguarda il lavoro.
    E alla fine...si parla di un vincitore assoluto, per qualità, originalità, contenuti....tutto.
    La prof. inizia: "Il lavoro si intitola "Follemente GenialE e...".
    Scatta l'applauso; scatto in piedi. "E' genialI! " strillacchio emozionata.
    Dopo mille imbarazzi, davanti a così tanti applausi, e l'emozione per le parole che mi si stavano rivolgendo ( del tipo che parteciperò ad un concorso nazionale...), mi viene lasciato il microfono per introdurre il mio lavoro brevemente.
    La mia bocca ha iniziato a parlare, con qualche intoppo, ma il mio cervello era in festa, e non poteva credere di stare relazionando ( cosa che ho sempre desiderato fare! ) davanti ad un pubblico così attento, che mi fissava, desideroso di sentire quello che avevo da dire. Spero sinceramente che le mie parole abbiano lasciato qualcosa...non tanto, ma qualcosa.
    Altro applauso.
    La preside mi fa "Non te ne andare". E prende la parola, dicendo che con sorpresa si sono accorti che ero prima in entrambi i concorsi, e che ho beccato due buoni libri da entrambe le parti, oltre che un'enciclopedia Zanichelli e...lo stage all'Istituto Superiore di Sanità!!!!!
    Stavo morendo, vi giuro.
    E poi...gli applausi, gli applausi...la classe in piedi...i complimenti di gente mai vista - alunni e non. Incredibile. Mi sono sentita...importante. Mi sono sentita...utile a qualcosa.
    E il mio pensiero, era costantemente rivolto ad una persona. Tutto quello, era ed è costantemente rivolto ad una persona. Dalla prima all'ultima cosa successa ieri.

    E per finire, prima di andare via, mi si è avvicinata una signora lì per i figli, partecipanti anche a loro al concorso, che si congratula con me, e mi chiede se parlo inglese.
    Dice che le è piaciuto molto ciò che ho detto, e che lei è amica di un ex-giocatore di rugby argentino-australiano, ex-malato bipolare, che ora ha un'associazione in Australia per sensibilizzare l'opinione al problema, e che voleva parlargli del mio lavoro, se le avessi lasciato l'email. Mi rassicura: ne sarebbe rimasto impressionato, e sicuramente avrebbe avuto piacere di parlare con me. Sarebbe carino, ha detto, se lavorassimo insieme ( o.O ).
    Fatto sta che dopo poche ore ho trovato un'email di questa signora, che mi riportava la risposta di questo signore, interessato al mio lavoro. Con le mie grandiosi nozioni di spagnolo ( la signora è anch'ella argentina ), leggo che il signore sarà a Londra e ad Oxford per incontrarsi con degli amici psichiatri.  o.O. Tra tante città...
    Ora attendo con ansia una sua risposta!

    Che giornata grandiosa.
    Il fatto che oggi abbia sostenuto l'orale dell'Ielts passa decisamente in secondo piano!

    Edit:

    Due commenti! Urca!

    @ Fede: il trucco? Sgobbare, sgobbare, sgobbare!

    Personal trainer pronto! Dopo essermi sgolata con Elena, posso affrontare qualsiasi cosa xD.
    Ma quale ballo! Mai andata. Nessun accompagnatore, e nemmeno ci tengo ad averlo!

    @ Chiara:

    ....
    ...
    ...
    CHIARAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!! SantissimopapaLetoetuttiisanti! Sei vivaaaaa! XD
    Non ci posso credere, finalmente ti sento! ( si fa per dire...mi devi assolutamente dire che cosa hai fatto in tutto questo tempo! ).
    Sì...sono quasi arrivata in fondo. Speriamo di arrivarci decentemente. In quel caso,sì, mi arrampicherò stile King Kong sul Big, ti giuro!
    Io?...Sìììì...ci rivado!!! Agosto, al Queen Mary. Prepariamoci alla colonizzazione!!! ( Fatti portare a Brighton se puoi!!!...ti ricordi che è stra-supportosa? *.* ).

    Buhahaha...J è un grande xD xD.

    June 06

    Si avvicina!

    Finalmente ho cinque minuti per scrivere qualcosina sulle ultime mie giornate.

    Tralasciamo il fatto che oggi avrei seriamente voluto strozzare una persona...

    Negli ultimi giorni sono stata piuttosto impegnata, tra inglese, scuola e tutto il resto.
    Ma partiamo dal principio.

    • Ho finito il corso di inglese. Risultato del test finale? Una fantastica.....A!
    Ne sono contentissima, di questo risultato. In primis, perché era qualcosa che mi ero prefissa in partenza. E in secundis perché il corso me lo sono pagato da sola U.U. Un vero e proprio investimento per il futuro ( ne parlerò più avanti ).
    A me, dovessi dire, anche se il trend generale nella classe era l'opposto, le lezioni non mi sono pesate così tanto. Anzi. Mi è pesato molto lo studio, e il fatto di perdere un pomeriggio intero e di tornare a casa alle 10 due volte alla settimana, ma in linea di massima le lezioni non mi sono pesate. E non ritengo di aver imparato poco. Voglio dire...i risultati li vedo nei test che faccio, ma anche proprio nelle piccole cose. Ora ascolto un quotidiano in inglese capendo il 90% di ciò che sento; leggo avendo pochissimo bisogno del dizionario; parlo discretamente, pur commettendo ancora qualche errore di grammatica qua e là...ma nel complesso...
    Non penso di aver buttato il mio tempo ( spero che le circostanze mi diano ragione! ).

    • Ho prenotato la vacanza di questa estate!
    Spero di andarci con il sorriso sulle labbra ( vedi avanti ). Dove andrò? Torno a Londra Cuore rosso, sempre nello stesso college. In realtà non mi sarebbe dispiaciuto visitare altri posti, ma il catalogo del CTS è piuttosto succinto...quindi.
    Spero di non pentirmi della scelta. ( Non credo. Londra...that's amore Cuore rosso )

    • E' quasi finito l'inferno a scuola.
    Non sono mai stata così stanca, e non ho mai avuto livelli così bassi di sopportazione. Qualcuno metta fine a questo strazio...

    • Manca una settimana all'Ielts, e pochi giorni all'orale!!!!
    Ebbene sì. Il caso ha voluto che entrassi in contatto per altri motivi con la Desk del British ( >.< ), e lì ho scoperto che l'orale in realtà è stato anticipato. A quando?
    11.06.09, h. 10.20. Iniziano i giochi.......
    Sospetto una grandiosa arrampicata ai vetri su qualche argomento su cui non so cosa dire. L'importante è sproloquiare per il tempo necessario. Spero di farcela veramente. Dopo i piccioni in piazza, in fondo, non mi ferma più niente o nessuno. Se mi ricapita la Ottilia e quell'altra...quanto meno so che apprezzano le mie cazzate xD.
    Il 13 invece avrò lo scritto. Panico. A casa mi sto esercitando, e finora ho ottenuto punteggi piuttosto alti su listening e reading...il che non è normale. Non è scientificamente possibile che io, essere a metà del livello europeo C1, possa ottenere 9.3 al reading ( 37/40 ) e 9 al listening ( 36/40. Ieri sera, esausta com'ero, ho totalizzato 7.78 ). Non è umanamente possibile. O mi hanno rifilato delle farloccate, o in casa mia c'è un'aura particolare...oppure non so.
    Quel che mi preoccupa è il writing, perché lì ho più difficoltà, anche se in grammatica me la son cavata con voti eccellenti sia al First che alla fine del corso.

    Ce la faranno i nostri eroi?

    La mia ormai ex-insegnante di inglese ( Triste ) sostiene che ho buone probabilità. A me la probabilità è una cosa che non piace...è viscida. Ti illude, e poi ti tradisce.
    Sostiene la sua tesi sulla base dei miei voti, e di alcuni extra-test che mi ha fatto fare - che di per sé mi hanno confuso ancor di più. Uno sosteneva praticamente che ero tra il livello 7 e l'8, ossia che ero un livello più avanti del dovuto...ma era un trial, e io solo un guinea pig. Ieri, un altro tipo di test ha invece constatato che io rientro nella prima metà del 7° livello, com'è giusto che sia. Bah. Lei insiste, io spero. Al First lei aveva puntato su una B, ed invece è arrivata una A...quindi un po' di fiducia la ho.
    Anyway, lo sostengo da giorni...se ce la faccio le fo' un monumento, e discendo le scale del British in ginocchio. Not kidding.


    June 02

    X

    Mi sto annoiando terribilmente. E il mal di pancia mi sta uccidendo.
    Devo decisamente riprendere a scrivere qui sopra. Se solo avessi qualcosa da dire.
    Per ora non desidero altro che la scuola finisca, con il minore dei mali possibili. Tutto quest'inferno non lo reggo più. Poi sono certa che mi lamenterò per la nullafacenza, lo so. Ma io sono un'eterna insoddisfatta...aspiro sempre a qualcosa che non ho e che spesso non posso raggiungere. E se e quando lo raggiungo...lo respingo. Che pazienza che ci vuole ad essere me.
    Intanto giovedì si chiude definitivamente un capitolo e se ne apre un altro ( in teoria ): finisco il corso di inglese, e - sempre in teoria - dovrei prenotare le vacanze. sono in ritardissimo, lo so...ma ho avuto tanti impicci e tanta indecisione. Alla fine, mi sa tanto che finirò nel posto dell'anno scorso. Che tristezza che sarà.
    E l'inglese...anche se negli ultimi tempi mi è pesato tanto, mi mancherà un po'. Ormai era un punto di riferimento!
    C'è una cosa destinata a durare nella mia vita? ( Riflessione indipendente dal corso d'inglese ).
    E il 13 giugno arriva l'IELTS....Confido molto in questo esame. Non vorrei che mi fregasse quella che in italiano mi viene riconosciuta come un'abilità: la scrittura. Non scrivo troppo bene in inglese. Anche in questo caso, come è stato per l'italiano, è questione di esercizio....e di lettura. All'inizio scrivevo da cani anche in italiano. Speriamo bene. Nelle altre skills mi sento abbastanza sicura ( ieri alla prova del listening ho fatto 36/40 = 9.0! ). Se solo fosse la media a contare Perplesso...
    Dai, ce la posso fare!